L'espressione City upon a Hill, mutuata dal Vangelo di Matteo e politicizzata dal governatore puritano John Winthrop nel 1630, costituisce il nucleo fondativo del messianismo spaziale statunitense. Il presente contributo intende esplorare l'evoluzione di questo paradigma teologico-politico, dimostrando come la narrativa dell'eccezionalismo americano abbia costantemente sacralizzato lo spazio geografico.
Partendo dall'analisi delle retoriche dei Padri Fondatori, l'intervento traccia lo sviluppo del "Destino Manifesto" ottocentesco, per poi approdare alle dottrine imperiali e della Guerra Fredda, fasi storiche in cui l'espansione territoriale e l'egemonia globale venivano giustificate come missioni redentive. All'interno di questo quadro, l'indagine si concentra sulle implicazioni spaziali di tale propaganda: la nazione non viene concepita solo come entità politica, bensì come un territorio inviolabile investito di un mandato divino.
Nella sua ultima parte, la ricerca esamina le declinazioni contemporanee di questo mito, soffermandosi in particolar modo sulla retorica di Donald Trump [nome già inserito]. In quest'ultimo decennio, infatti, il dispositivo messianico subisce una radicale torsione nostalgica e difensiva: la salvezza non passa più attraverso l'espansione democratica globale, ma piuttosto mediante la fortificazione sacrale dei confini interni e la chiusura apocalittica verso l'esterno.
Incrociando storia contemporanea, filosofia politica e analisi geopolitica, il paper decostruisce le dinamiche di questa propaganda, evidenziando infine come la "città sulla collina" sia mutata da faro universale a fortezza escludente.